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 Sommario Giurisprudenza

Giurisprudenza, sentenze legittimità in diritto del lavoro



Potere discrezionale datore di lavoro - accertamento sulla capacità professionale - correttezza complessiva.
PRINCIPIO: Nel potere discrezionale del datore di lavoro in ordine alla valutazione del comportamento del lavoratore, rientra non soltanto l'accertamento sulla capacità professionale, ma anche quello relativo alla correttezza complessiva ed al modo con il quale si manifesta la sua personalità (nel caso di specie la Corte ha ritenuto pienamente legittimo il recesso dell'imprenditore il quale aveva valutato negativamente la circostanza che il lavoratore, nella domanda di assunzione, avesse "negato" la sussistenza di precedenti penali a suo carico). Cassazione - 21 luglio 2001, sentenza n. 9948.

Direttiva Cee 14 febbraio 1977, n. 77-187 - limiti della salvaguardia dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di aziende di imprese insolventi - presupposto obbligo risarcitorio.
PRINCIPIO: Non è pertinente il richiamo della direttiva Cee 14 febbraio 1977, n. 77-187, come interpretata dalle sentenze della Corte di giustizia 25 luglio 1991, n. C -362-1989 e 7 dicembre 1995, n. C - 472-1993, in quanto precisa i limiti della salvaguardia dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di aziende di imprese insolventi, con il solo effetto di rendere conformi alla direttiva le suddette limitazioni ad opera dei diritti nazionali, non certo di impedire che siano previste dalle legislazioni interne livelli di tutela eventualmente maggiori ancorché comportanti maggiori rigidità del sistema. Ciò premesso in diritto, il problema se nella fattispecie concreta sia stata trasferita un'azienda ovvero soltanto beni aziendali, costituisce indagine di fatto, riservata al giudice del merito e sottratta al sindacato di legittimità se congruamente motivata. La giurisprudenza della Corte ha da tempo tratto il convincimento che la norma costituisce una specificazione del generale principio della responsabilità contrattuale (art. 1218 c.c.), sicché al lavoratore compete, per il periodo in cui è stato allontanato dal posto di lavoro e le prestazioni sono state rifiutate senza un motivo legittimo, un risarcimento commisurato alle retribuzioni non percepite, quale lucro cessante presunto iuris tantum (art. 1223 c.c.). Ne costituiscono puntuale applicazione le decisioni che richiedono, quale indefettibile presupposto dell'obbligo risarcitorio del datore di lavoro, l'imputabilità a costui dell'inadempimento secondo il precetto generale dell'art. 1218 c.c., fatta eccezione per la misura minima di cinque mensilità di retribuzione, la quale è assimilabile ad una sorta di penale avente la sua radice nel rischio di impresa e può assumere la funzione di un assegno di tipo, in senso lato, assistenziale nel caso di assenza di responsabilità di tipo soggettivo in capo al datore di lavoro, nonché, la rilevanza, in senso riduttivo del danno, degli incrementi economici conseguiti dal lavoratore a causa del rifiuto opposto dal datore di lavoro di ricevere le prestazioni (cd. aliunde perceptum), ai sensi degli art. 1223 c.c. Discende da tali premesse che non può operare la presunzione semplice di danno coincidente con la perdita delle retribuzioni in tutte quelle ipotesi in cui deve escludersi che, nella situazione concreta, il lavoratore abbia diritto al corrispettivo della prestazione lavorativa, in quanto la mancata esecuzione non risulta imputabile al datore di lavoro. Cassazione sez. lavoro - 23 giugno 2001, n. 8621.



Lavoratori stranieri e contratto a termine - scadenza del permesso di soggiorno non comporta la risoluzione del rapporto ma soltanto sospensione - giustificato motivo di licenziamento.
PRINCIPIO: La normativa sui contratti a termine non può trovare ostacolo nel fatto che sulla conclusione del rapporto possa incidere un provvedimento dell’autorità amministrativa con il quale sia stata, a priori, fissata la scadenza del permesso di soggiorno. La corte ha argomentato tale indirizzo sostenendo che il principio di parità di trattamento e di diritti con i cittadini italiani non può essere precarizzato. Il requisito del termine con atto scritto non può, quindi, essere surrogato dall’atto dell’autorità amministrativa. Da ciò ne consegue che non è legittima la tesi secondo cui alla scadenza del permesso il rapporto si conclude automaticamente per impossibilità sopravvenuta della prestazione. E’ pur vero che è vietata l’occupazione del lavoratore extracomunitario privo del permesso di soggiorno e della autorizzazione al lavoro in corso di validità, ma da ciò la Corte non fa discendere automaticamente la risoluzione del rapporto, in quanto l’atto amministrativo può essere rinnovato. La Suprema Corte evidenzia, una distinzione giuridica affermando che la cessazione della validità del permesso non comporta la risoluzione del rapporto ma soltanto una sospensione da ogni effetto giuridico ed economico e può costituire giustificato motivo di licenziamento ai sensi dell’art. 3 della legge n. 604/1966. Cassazione - 11 luglio 2001, sentenza n. 9407.

Indebito contributivo - decorrenza degli interessi.
PRINCIPIO: La cassazione ha confermato, risolvendo un problema di restituzione di somme a titolo di indebito contributivo nei confronti del inail, derivante da erroneo classamento delle lavorazioni ai fini della tariffa dei premi, che la decorrenza degli interessi e la rivalutazione delle somme dovute, spetta dal momento della domanda amministrativa, attesa la sostanziale equiparabilità di quest’ultima alla domanda giudiziale ex art. 2033 codice civile. Suprema Corte di Cassazione - 10 agosto 2001 sentenza n. 11033.

Trasferimento di azienda - rapporti di lavoro - disciplina art. 2120 c.c.
PRINCIPIO: Si ha trasferimento di azienda assoggettato per i rapporti di lavoro alla disciplina dell’art. 2120 c.c., quando l’oggetto del trasferimento risulta essere un complesso funzionale di beni idoneo a consentire l’inizio o la prosecuzione dell’attività imprenditoriale. L’accertamento della sussistenza di queste condizioni è demandata al giudice di merito che, tuttavia, non può sindacarne la legittimità se congruamente motivata. Deve escludersi che una regola contraria possa desumersi dall'art. 47, quinto comma, della legge 29 dicembre 1990, n. 428, perché la norma si limita a consentire modifiche peggiorative del trattamento dei lavoratori in deroga all'art. 2112 c.c., al fine di salvaguardare le opportunità occupazionali, quando venga trasferita l'azienda di un'impresa insolvente, purché - ferma restando la continuazione dei rapporti di lavoro - l'imprenditore cessionario eserciti il potere modificativo sulla base di un contratto collettivo o individuale. Cassazione civile, sez. lavoro - 23 giugno 2001, n. 8621.



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